COME SI VIVEVA UNA VOLTA A CONTATTO CON LA NATURA ( SESTA PARTE )
Come si viveva una volta……a contatto con la natura
(sesta parte)
GRANOTURCO
Già dal fine1700 la coltivazione di questo cereale era molto diffusa in Garfagnana e Mediavalle. Occorrevano terre piane e facili da irrigare. Si seminava ai primi di maggio (il maggese) e a luglio (il sessantino) insieme ai fagioli e la saggina.
Il granoturco era portato sulle tavole preparato in vari modi, almeno una volta al giorno , ed era secondo, per consumo, solo alla castagna.
L’autunno donava ai boschi e alle campagne colori stupendi e anche le misere case dei contadini contribuivano, in quel periodo, ad arricchire questa tavolozza con le tonalità giallo oro delle pannocchie del granturco, che venivano appese alle facciate per farle asciugare.
Nell’aia o nei campi anche le foglie del granturco si seccavano al sole e venivano destinate o al riempimento di sacconi (materasse) o per fare il letto alle bestie nella stalla.
Dopo averle raccolte le pannocchie del granturco venivano private delle foglie di rivestimento (la scartocciata) e rimane la “rappa”. Questo lavoro avveniva a mano, per lo più di sera, ed era l’occasione d’incontro dove i vicini di casa e i parenti, reciprocamente, si aiutavano ed era motivo di canti e balli.
Con le foglie si riempivano i materassi.
Con le foglie più interne, essiccate, riempite di tabacco, gli uomini ci facevano delle specie di sigarette.
Si procedeva, come era solido fare per la sfogliatura, alla sgranatura: quindi riunione serale e seduti su una tavoletta di legno, appoggiata sulla sedia, alla quale era fermato una specie di coltello ricorco verso il basso si sgranavano le pannocchie dividendo il grani dal torsolo (interno del granturco))
I torsoli servivano come combustibile per accendere il fuoco o fare grigliate.
Poi le massaie con la “vassoia”(recipiente di legno)veniva pulito scuotendolo all’aria e bene essiccato, veniva portato al molino (da Carlo e Lucia in via delle Molina) per fare la farina che era molto usata specialmente per fare la polenta mentre quello più scarto serviva per alimentare le galline. Si ricorda che le donne con i ciuffi più belli della pannocchia le conservavano per poi fare i capelli alle bambole di stoffa.
La rappa del granturco
Utensile per sgranare il granturco da posizionare sulla sedia
Il granturco, così sgranato, si usava per nutrire gli animali mentre un quantitativo veniva portato al molino per ricavarci la farina per fare la polenta, il pane e i dolci. Si selezionava tutto, non si buttava nulla: la sfoglia più bella veniva conservata in luoghi asciutti e serviva per fare i materassi per il letto, i torsi essiccati servivano per il fuoco, principalmente per mantenere il calore del camino per risparmiare legna. I pennacchi, che erano in cima alla pannocchia, si usavano per fare i capelli alle bambole.
Questo lavoro veniva svolto alla sera in comune e con l’aiuto reciproco si lavorava il allegria, alla penombra della luce, scambiandosi le notizie del paese e a volte unendo anche il canto.
Il granturco era considerato il pane dei poveri perché in mancanza del grano si usava la farina per fare il pane. Come sopra detto si seminava insieme alla saggina e ai fagioli: la saggina veniva usata principalmente per allevare il maiale e con le infiorescenze private della granella s facevano le scope (granate di saggina) e i granatini; i fagioli erano per i poveri il companatico e per i ricchi un contorno. Insomma erano la carne dei poveri.
La scartocciata
La farinata (o manufatori)
E’ un piatto a base di farina di granturco cotta con fagioli, cavolo nero, patate, cipolla, aglio, carota e sedano,due cotenne di maiale, sale e pepe, fino a raggiungere una sorta di polenta cremosa, da servire calda con un giro di olio extra vergine di oliva.
Molte volte veniva preparata anche con l’unto dei biroldi.
La polenta
La polenta è la cottura della farina di mais in acqua salata.
Si versa a pioggia nell’acqua bollente e salata in un paiolo (tradizionalmente di rame) e si rimesta continuamente con un mestolo di legno per almeno un ora.
Si versava su un tagliere di legno e si serviva tagliata a fette a mano preferibilmente con un filo di cotone bianco ben teso
e per insaporirla si strusciava sopra il salacchino.
Va gustata bella calda accompagnata con contorni di carni stufate(coniglio o pollo) o condita con formaggi, sughi di funghi o di carne (polenta incaciata o matuffi)
polenta incaciata
Paiolo con la polenta
Una volta si cuoceva in un paiolo di rame al fuoco del camino
Negli ambienti poveri la polenta riusciva a togliere la fame e ad empire la pancia ma essendo un alimento ricco di carboidrati ma povero di proteine è di ridotto valore nutritivo, saziava ma non nutriva. Si ricorda che per insaporirla veniva strusciata ad un “salacchino”(pesce tipo l’aringa molto salato ed essiccato) attaccato con un filo al soffitto.
Insomma i nostri antenati si nutrivano quasi da vegetariani.
Coltivavano l’orto e quindi legumi e verdure accompagnavano quasi sempre il pane e la polenta quando non li sostituivano con un po di pesce o ranocchi che pescavano nel fiume. Il contadino che allevava il maiale era fortunato perché disponeva degli insaccati e del grasso per condire le vivande. Non sempre erano disponibili le uova perché occorreva venderle per poter comprare stoffe e indumenti. Rinnovare un vestito era prerogativa del figlio maggiore, poi da lui passava al secondo, poi al terzo e così via.
Il Formentone maggese è un granturco che presenta chicchi di forma schiacciata e di colore giallo oro in file di otto (e per questo è chiamato formentone otto file) per uso esclusivamente alimentare, ottimo per la “polenta”.
Le sfoglie (fronde) che avvolgono le pannocchie erano spesso usate per riempire i materassi.
Mucchio di torsoli (tutoli) di granturco
Segue settima parte
Commenti
Posta un commento
I commenti sono moderati.
Lo scambio di opinioni deve servire ad un confronto costruttivo
Sono ammesse le critiche, soprattutto se seguite da suggerimenti.
Non sono in nessun caso tollerate offese, ingiurie, attacchi ad personam, linguaggio volgare e comunque non ritenuto consono ad un ambito parrocchiale