COME SI VIVEVA UNA VOLTA.....A CONTATTO CON LA NATAURA ( QUINTA PARTE )

 

COME SI VIVEVA UNA VOLTA.....A CONTATTO CON LA NATURA

                                                  ( QUINTA PARTE )


                                               Il grano


Alla fine di settembre, dopo aver sistemato il granturco e svinato, si seminava il grano. Si procedeva all’aratura, si facevano i solchi e il seme del grano doveva essere messo nel terreno “né fitto né rado” per essere ricoperto con il marrello (zappa più lunga con due punte lunghe ai lati).

Il grano segato veniva legato a mazzi chiamati “mannelli” e poi portato nell’aia dove veniva trebbiato introducendo i mannelli tagliati in modo da trebbiare solo la parte della spiga.

Le donne raccoglievano il grano caduto in terra e lo pulivano con la vassoia facendola balzellare.

Poi il grano veniva portato al molino per fare la farina utilizzando la forza dell’acqua e le macine di pietra.

Nel nostro paese ve ne erano due nella zona che porta al castello e che hanno dato il nome alla via.



La produzione agricola del grano comporta durante la produzione vari passaggi: dissodamento del terreno (se il terreno era rimasto per un po' di tempo incolto) aratura, semina, sarchiatura (rimescolamento superficiale del terreno), mietitura ed infine trebbiatura.

La vangatura dei terreni veniva fatta quasi tutta a mano con la vanga e solo alcuni usavano l’aratone tirato da cavalli o mucche.

Un buon “vangatore” era considerato chi era capace di vangare 250 metri quadrati di terreno.

Si procedeva poi alla frantumazione (fresatura) che veniva fatta con il rastrello altrimenti, sempre tirato dagli animali, con l’erpice (in genere attrezzo di legno a forma di triangolo con degli spunzoni di ferro)

Il terreno veniva concimato ed era pronto per fare i solchi con la zappa o con l’aratro (fatto di legno con il vomere in ferro) tirato dalle mucche e e guidato da un uomo per far affondare il vomere nel terreno.


Nel complesso il lavoro era impegnativo sia per l’uomo che per la donna. All’uomo toccavano i lavori più faticosi nei campi e nella cura delle bestie nella stalla mentre alla donna, oltre ai lavori domestici, spettava anche la cura degli animali da cortile: galline, pulcini, anatre e conigli. Certamente il lavoro della donna non finiva mai e il contadino, il “su omo”, come lei diceva, poteva contare su di lei per tutto ciò che riguardava la casa, i figli e i suoi modesti averi.

Si ricorda che il giorno di tutti i Santi (1° novembre) alla messa cantata da parte di don Amedeo Tofani veniva benedetta la seme del grano per la prossima stagione. La benedizione del cielo faccia sì che possa dare il cento per uno.




                         Falcione per tagliare i mannelli del grano






                                          Macine del vecchio molino





                                                   la vassoia



                                    La macchina trebbiatrice



Da un articolo del 1989 di Gloria Corrieri


Il grano e la sua lavorazione

Raccolto il granoturco, dopo aver liberato il campo dai salginelli svelgendoli e ammucchiandoli per bruciarli, si preparava il campo concimando il terreno.

Con la marra “si raccoglieva” la terra formando larghe “guance” separate fra loro dai solchi e sopra di esse si spargeva il seme, con un gesto della mano ampio e parsimonioso al tempo stesso , andando avanti e indietro lungo le “porche” delle vigne o lungo i campi.

Il grano spuntava rapidamente il mese successivo, ma poi per tutto dicembre e gennaio riposava, rimaneva fermo. Se nevicava, tanto meglio…..”sotto la neve il pane, sotto l’acqua la fame” dicevano a quei tempi.

A primavera quando l’aria cominciava ad addolcire, il grano riprendeva a crescere; allora andava governato e ogni tanto roncato, sia per rincalzarlo che per liberarlo da pestinacini, puppattole, vecce ed altre erbe.

Intanto col caldo le piantine, cominciavano ad ingiallire è, quando le spighe erano ben gonfie e mature, si segava. Le donne “si levavano presto la mattina e lavoravano fin quasi a mezzogiorno, tenendo con la mano sinistra una brancata di spighe e muovendo con la destra la falce, procedevano secondo un ritmo continuo, preciso e costante.

Avanzavano e lasciano dietro a se la stesa del grano ; il giorno dopo veniva legato a mannelli e questi si disponevano appoggiati uno contro l’altro per farne una specie di covone o si infilavano sui pali dei filari. Lasciati lì tre o quattro giorni perdevano l’umidità, poi a spalla o col barroccio, si portavano nell’aia dove rimanevano ancora a seccare sistemati a pagliaio. Ora i mannelli venivano tagliati con la recisa e se ne facevano fascetti legati insieme con la paglia di segale perché da lì a pochi giorni doveva arrivare la macchina.

Era come una festa quando si macchinava. Un giorno dall’uno, un giorno dall’altro, tutti si scambiavano l”opre” e l’aia brulicava di gente: chi porgeva il grano, chi lo spingeva dentro la macchina , chi dall’altra parte tirava indietro la paglia con la forca ripulendo così i

chicchi che rimanevano nell’aia e la invadevano piano piano

Quando il grano era “rotto” si andava tutti a mangiare: desinare o cena che fosse pareva San Pietro.

Si tornava poi nell’aia e si tirava su il grano fino alla bocca della ventola, con le vassoie; il grano usciva ben pulito dal basso, cadeva a fontana nello staio e veniva vuotato nel sacco che riempiva con tre misure. Per aria volava il “biscaglio” e si alzava la polvere che tutti ingollavano e respiravano e che aveva tutto il sapore e l’odore, amaro e dolce al tempo stesso, del lavoro, della fatica e del raccolto.


La macchina per la trebbiatura con un gruppo di contadini nell’aia,

oggi della famiglia Franceschini


L’orzo


L’orzo è un cereale che veniva seminato sia per uso alimentare ma principalmente per foraggio per gli animali.

Dopo essiccato si poteva macinare e con la farina si faceva il pane (magari mescolato con altre farine); se tostato e macinato si usava per fare il caffè d’orzo, bevanda simile al caffè ma senza caffeina.

Come il granturco veniva usato come mangime per il bestiame.







Il segale

La segale è in cereale appartenete alla famiglia delle graminacee e si seminava in estate.


La segale veniva usata prevalentemente come mangime per il nutrimento degli animali ma anche come cereale per fare il pane.






La saggina o sorgo


I nostri nonni seminavano anche la saggina che serviva per alimentare gli animali e per fare scope, granatini e spazzole

















                                                          tostini per l’orzo



Il miglio


Il miglio è un cereale con proprietà nutrizionali elevate per le proteine, sali minerali e fibra ed è senza glutine.

Era molto coltivato a Ghivizzano nei secoli passati ed si seminava in primavera o inizio estate dopo il raccolto del grano.

Se ne fa menzione già nel 1631 quando per la ricostruzione dell’oratorio di San Simone e Giuda, poi dedicato a San Rocco protettore della peste, si dice che una prima raccolta fruttò 29 staia di miglio e che la famiglia di Graziano Nuti, la più ricca e antica di Ghivizzano, né offrì sei staia che fruttarono un ricavo di 146 lire e soldi 26





                                               I semi e la pianta del miglio



                                                                  Segue sesta parte

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