COME SI VIVEVA UNA VOLTA.... A CONTATTO CON LA NATURA ( QUARTA PARTE )
Come si viveva una volta……a contatto con la natura
(quarta parte)
Il fieno, la vigna e la vendemmia
Il fieno è erba essiccata al sole, raccolta immagazzinata per alimentare gli animali. Una volta, nel periodo estivo, si tagliava l’erba con il falcione (frullana), poi lasciata sul terreno veniva rivoltata varie volte e quando secca trasportata con un carretto, dentro le “grine” (grosse ceste di vimini intrecciate) o con la rete (formata da due aste di legno collegate da cordicella) in genere nel fienile che era al piano superiore della stalla per poi foraggiare, da una apertura nel pavimento che corrispondeva alla greppia, gli animali sottostanti.
Il fieno veniva mantenuto anche all’aperto in “covoni”.
Si pianta un lungo palo nel suolo e vi si radunata intorno il fieno a formare dei mucchi a forma di cono.
Con l’arrivo di macchinari il fieno viene compattato in “presse” o “rotoballe” cilindriche.
Tagli erba con la frullana
reti per il fieno
le grine per il fieno
Covone di fieno
Sopra: presse e rotoballe di fieno di oggi
Il falcione o la frullana si usava per tagliare l’erba nei prati e per i poggi e intorno alle piante si usava la falce o falcetta.
Questi attrezzi dovevano tagliare come un rasoio e per questo il contadino, con l’incudine e il martello, battendo sul taglio, o rendeva molto sottile per poi affilarlo spesso con una pietra di smeriglio. (detta “pietrella”)
Frullana con pietra per arrotarla e falcetta
Affilatura del
falcione (Ceppo di legno con incudine
Sotto: Martello per ribattitura – pietra per affilare la
lama e ceppo con incudine per affilare la falce
La vigna e la vendemmia
Secondo l’Antico Testamento, Noè pianto un vigneto sul monte Ararat e con il vino prodotto si ubriacò.
Nel nostro paese la cura del vigneto risale a tempi antichi fino ad arrivare ad oggi con poche persone che si dedicano alla coltivazione della vite.
In genere si coltiva la vite su terrazze in filari posti sul “ciglione”(zona del terreno ai margini della scarpata) con pali di sostegno e canne tenuti da filo di ferro
E’ una pianta rampicante che si attacca ai sostegni mediante i viticci e che per difenderla dalla peronospora si deve irrorare con la poltiglia bordolese ( 1 kg. di solfato di rame, 1 kg. di calce viva per 100 litri di acqua)
I giorno di raccogliere l’uva era un giorno di lavoro ma anche di festa. Partecipavano anche i vicini e gli amici.
Si raccoglieva l’uva nei bigongi e si procedeva alla pigiatura che una volta si faceva direttamente nel tino pigiando l’uva a piedi scalzi mentre oggi si usa la pigiatrice a rulli costituita da un telaio sul cui fondo sono poste una coppia di rulli di pressatura che al passaggio schiaccia delicatamente gli acini.
Nel tino il succo dell’usa da origine al mosto che poi fermentando si trasforma in vino.
Dopo una settimana si toglieva il vino che veniva messo nelle botti e si passava alla pressatura della vinaccia con il torchio e si otteneva lo “strizzo”un vino di minor pregio.
Lo strizzo viene fatto ancora oggi e una volta dopo aver strizzato nel torchio la vinaccia (residuo della prima lavorazione dell’uva formato da graspi, bucce e vinaccioli) e fatto uscire il mosto, si allentava la pressa, si bagnavano le vinacce con acqua e si strizzavano di nuovo. Si otteneva un vino di bassa gradazione che doveva essere usato in breve tempo e che chiamavamo “picciolo” o “vinella” detto anche “striscino”.
Con la distillazione della vinaccia si ottiene “acquavite di vinaccia” cioè la grappa.
La vigna comporta per il contadino un anno di lavoro che cominciava con la potatura invernale, liberando le viti dai tralci secchi o superflui e assicurando i filari ai pali di sostegno. Per passare alla legatura con le vette di salice.
Poi si doveva con il materiale potato fare le fascine per riscaldare il forno e cuocere il pane. Nella primavera e nell’estate la protezione con trattamenti a base di zolfo e rame per arrivare al tempo di sistemare il tino, le tinelle, i bigongi e arrivare così alla vendemmia e i vari travasi del vino perché si mantenga bene il vino.
I vitigni usati a Ghivizzano erano: il prodotto, il crintone, la fragola, il francese, il ciliegiolo.
verderame
Filari nella vigna
Torchi di salice per la legatura
Piante di salice
Legatura della vite
Bigongio
Tinelle
bombola per ramare
Pigiatura dell’uva nel tino
Tino
l’imbottavino
la botte
pigiatrice a rullo
Le damigiane
la vinaccia
il torchio per fare lo strizzo
il viticcio
barbata o barbatella è la talea della vite per nuove piante che ha messo la barba ossia le radici.
La svina
La svina è quando si toglieva il vino dalla vinaccia dopo la fermentazione ed era il primo travaso tra la trasformazione da mosto in vino nuovo. Si faceva festa e si mangiavano castagne cotte e vino nuovo e nell’occasione si cantava e si ballava in genere al suono di una fisarmonica.
Il travaso
Il travaso ha lo scopo di ripulire il vino dalle sostanze solide che si depositano sul fondo. (alla svinatura rimangono nel mosto piccoli frammenti di buccia e polpa d’uva che formano la feccia)
Il primo travaso si fa a novembre/dicembre e serve per chiarificare il vino.
Il verderame veniva preparato dentro un grande recipiente facendo sciogliere nell’acqua della calce con il solfato di rame e veniva dato alle viti contro la peronospora irrorando le foglie asciutte dopo la pioggia.
Dosi per 100 litri di acqua 1Kg. di calce e 1 Kg. di rame
Torchi sono tralci di salice tagliati a luna calante (perchè più lavorabili e pieghevoli) per farci canestri e per legare le viti e altri usi contadini (la pianta di salice si pota a zero per poter ridare altri torchi il prossimo anno)
Segue quinta parte
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