COME SI VIVEVA UNA VOLTA ( PRIMA PARTE) USI E COSTUMI DI VITA

 

Come si viveva una volta

dal racconto dei nostri anziani (prima parte)

Usi e costumi di vita

LA SAGGEZZA DEI NOSTRI ANTENATI


Nei nostri antenati la saggezza era proverbiale e la esternavano in ogni frase pronunciata, come per esempio: “Fare il passo secondo la gamba”. Il buon senso costituiva la base di tutte le loro azioni.

Gente che con la sola forza delle loro braccia ricavava il necessario per la continuazione della vita.

Erano dotati di una capacità apprensiva e di una memoria che suppliva alla mancanza di studi. Ripetevano a memoria in famiglia una predica ascoltata in chiesa, a memoria cantavano gli inni e i salmi dei vespri in latino.

Era una cosa normale per i nonni e le nonne narrare ai nipoti brani del Vangelo, vite dei santi, leggende, fatti storici, favole che a loro volta avevano imparato dai loro avi.

Componevano serenate da cantare alle ragazze oppure satire pungenti o stornelli che usavano anche mentre si lavorava nei campi. Da padre a figlio si tramandavano i proverbi e le massime che era di indirizzo in tutte le loro azioni. Sapevano fare di calcolo con prontezza di memoria e esattezza nelle compere e nelle vendite. Calcolavano le fasi della luna e facevano le previsioni del tempo dalla luna, dal tramonto, dal vento e dal comportamento degli animali.



Ricorrevano al medico solo in casi gravi poiché conoscevano le virtù medicinali di molte erbe che usavano fresche o seccate.

Era gente semplice ma onesta e gli uomini erano orgogliosi di fare il servizio militare e per rispetto portavano i baffi come li portava il re e le donne portavano il ciuffo come la regina. Affrontavano le difficoltà e le gioie con grande rassegnazione che derivava dai sani ideali in cui credevano: famiglia, religione e patria.



LA SERENATA

Per dichiarare la simpatia per una ragazza il ragazzo accompagnato da amici con chitarra o mandolino, andavano di sera sotto la finestra della ragazza per cantargli una serenata, rimanendo però nascosti. Se la ragazza, riconosciuto il giovane, accettava la sua corte, accendeva la luce e si affacciava alla finestra, mentre se non gli piaceva la finestra restava chiusa e buia.

Si ricordano alcuni casi in cui ai suonatori veniva rovesciato addosso un secchio di acqua o peggio un vaso di urina.


LA CEMBALATA

Si trattava di un gruppi di amici e paesani che si recavano alla porta di casa con campanacci, pentole vecchie, barattoli, coperchi e mestoli battendoci sopra facendo un gran baccano finché i padroni di casa non offrivano vino e dolci per festeggiare la nascita del primogenito.

Questo avveniva anche quando un vedovo si risposava.(in più con suono di corno)

Era anche usanza invece della “Cembalata” la presenza del suono della “Filarmonica Pacini”.


LA BEFANA

La Befana è la vecchietta che nella notte dell’Epifania porta i doni ai bambini.

La tradizione voleva che i bimbi mettessero al camino una grande calza per permettere alla Befana di riempirla di doni.

Inoltre si lasciava anche un po’ di legna e qualcosa da mangiare, anche al somarello. Al mattino si correva in cucina per trovare la calza piena di roba (mele,noci,caramelle,qualche biscotto, capi di vestiario, calze, scarpe e come giocattoli carrettini di legno il tutto fatto da artigiani del paese)

Ma quello che non mancava mai era un pezzo di carbone vero per le marachelle combinate durante l’anno.

La sera precedente l’Epifania passavano alle case vari gruppi di giovani e meno giovani con il canto della Befana ai quali erano offerti biscotti, noci, aranci, mandarini e caramelle.

(Il canto era una filastrocca con ritornello: “la Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte il vestito alla romana viva viva la Befana”)

Negli anni 60 i regali che portava la Befana erano cose utili come vestiario, calze e scarpe, e dolciumi. I giocattoli erano rari e consistevano per lo più di oggetti di legno costruiti in casa.(carrettini, cavalli a dondolo, trottole)

Si usava, qualche sera prima, chiamare la Befana dal camino e approfittando della distrazione dei piccoli gettare contro le pareti del camino caramelle, noci e nocelle invitando i bimbi a stare buoni.


Questa tradizione è mantenuta dal Gruppo Ricreativo Parrocchiale che ogni anno, la sera della vigilia della festa dell’Epifania, passa per tutte le case del paese, organizzato i sei gruppi con befana al seguito, per portare i doni ai bambini allietato dal canto.

Vengono raccolti generi alimentari che vanno divisi a vari istituti di assistenza per le persone meno fortunate e per quanto riguarda le offerte in denaro, ogni anno, vengono usate per vari scopi di utilità in parrocchia.(vedere tradizionale canto della Befana)





LA SERA A “VEGLIA”

La sera, davanti al camino, con una lucerna ci si ritrovava a veglia.

Gli uomini giocavano a carte e le donne chiacchierando filavano la lana e non mancava un bicchier di vino, qualche dolcetto e frutta secca.

Ai bambini si raccontavano le fiabe e le novelle, specialmente dai nonni, e rimanevano a bocca aperta sentendo parlare di orchi, lupi, streghe e castelli fatati.

Nei tempi più lontani queste veglie si svolgevano, in inverno, nella stalla che era l’ambiente meno freddo perché riscaldato dal fiato delle mucche.

Poi a una certa ora ci dava la buona notte e ognuno tornava alla propria casa affrontando il freddo nelle camere da letto.

Si facevano anche lavori in compagnia come la sgranatura del granturco.


..un argomento delle veglie era anche quello della paura, personificata da una bianca apparizione ferma all’imbocco della chiesetta della Madonna della Neve.

Si diceva che avesse il turbante in capo e catene ai piedi; forse qualche anima in pena oppure il diavolo in persona.

Questi fantasmi, secondo la fantasia popolare, aspettavano la gente al varco sicché, chi di notte doveva per forza passare di lì, ci passava con la paura; una corsa e via al galoppo, per poi, trafelato, andarlo a raccontarlo per le case. E la gente amava crederci e alle mamme serviva per intimorire i bimbi cattivi.

(di questa paura sembra che fosse la moglie di un marito che nella zona andava a far visita ad altra “signora” e che una sera quando il marito, invece di aver paura, reagì e scoprì la propria moglie….la paura da quella sera finì…)


..altra paura si diceva fosse nei pressi dell’incrocio tra via di Fondo Costa e via della Madonna… lì si diceva , a tarda notte, si vedeva un fantoccio ruzzolare per la strada…..


Da un racconto di Agostino Lucchesi

.il nonno raccontava, proprio a veglia, di un fatto avvenuto nel nostro paese nell’inverno del 1890. Una sera i genitori di Mosè Mei, che abitavano a Ghivizzano alto dentro il Castello in via del Forno, andarono a veglia dalla famiglia dei Cecchini, loro amici, in Camparlese.

Finita la veglia, mentre tornavano a casa, cominciò a nevicare abbondantemente. Mentre attraversavano il ponticello di pietra sul torrente Segone udirono gli ululati di un lupo.

I due coniugi, impauriti, presero a correre per arrivare alla loro casa al più presto. Mentre salivano la viuzza ripida della Costa, udirono altri ululati e a gran fatica ed angoscia arrivarono finalmente sul proprio terrazzo, dal quale si entrava in casa e anche qui si sentì un ululato più vicino.

Col cuore in gola dalla fatica e dallo spavento si infilarono nella loro abitazione e sprangarono la porta con il chiavaccio di ferro interno.

Il racconto, tramandato dagli anziani di Ghivizzano, riporta che al mattino seguente i due anziani Mei, quando si alzarono, videro sulla neve del loro terrazzo, oltre le impronte delle loro scarpe, le zampate del lupo!!!




La nonna racconta le fiabe ai bimbi


IL MATRIMONIO

Una volta quando il ragazzo decideva seriamente di fare la corte alla ragazza si andava dai suoi genitori a chiedere il consenso e allora si poteva andare a giorni fissi, si diceva, a fare “l’amore” (es. tutti i giovedì sera, il sabato, la domenica) sempre in presenza di una terza persona ( i genitori, i parenti o il fratellino o la sorellina) e si soleva dire a “reggere il moccolo”.

Le ragazze preparavano, con l’aiuto e le direttive della madre e la collaborazione dei parenti, un corredo formato da lenzuoli, federe e qualche asciugamano. (con ricami e abbellimenti)

Il corredo era la carta d’identità della sposa e della famiglia e si costruiva piano piano tenendolo dentro una cassa di legno (baule)

La sposa vestiva con abito semplice, bianco con in testa un velo.

L’abito dello sposo era scuro e rimaneva per tutta la vita come abito delle feste.

Il pranzo di nozze si faceva in genere in casa dello sposo o in una casa che aveva un salone o all’asilo.

Il viaggio di nozze non esisteva e l’usanza del regalo si è diffusa solo dopo il 1930 (prima i regali erano: uova, dolci o torte fatte in casa o una gallina)

Era usanza lanciare i confetti da parte degli sposi e degli invitati dallo scaleo e i ragazzi, che aspettavano in fondo allo scaleo, e che facevano a gara per raccoglierli.(alla ruspa)



                     I ragazzi alla “raccolta” dei confetti in fondo allo scaleo”


Si ricorda che lo sposalizio avveniva in due tempi non essendo il matrimonio religioso riconosciuto agli effetti civili. Prima si sposava in Comune, però gli sposi restavano separati, poi quello religioso a cui si dava tutta l’importanza.



Sposalizio di Arrighi Vincenzo e Puccini Deodata (Ida) nel 1943 alla Chiesa Parrocchiale

Si ricorda che don Tofani donava in ricordo delle nozze un libretto con varie indicazioni di buona vita familiare come regole sugli effetti civili, sulla vita coniugale, sui doveri comuni, sui doveri verso i figli e addirittura regole di vita domestica.




Copertina e prima pagina del libretto “Ricordo di Nozze” donato agli sposi da Don Tofani nel 1943


NASCITA E BATTESIMO

I figli erano considerati una benedizione di Dio.

Erano più desiderati i figli maschi perché significavano preziosa manodopera.

Le donne gravide svolgevano i normali lavori anche agricoli fino alle doglie.

Il momento del parto rappresentava sempre un rischio.

Le donne partorivano in casa nella camera matrimoniale con l’intervento della levatrice e di alcune donne del borgo e al più tardi la domenica successiva si procedeva al battesimo. Nel caso non fosse stato possibile l’intervento della levatrice vi erano donne anziane molto esperte, le quali per la pratica dei molti eventi che avevano subito né sapevano quanto la levatrice e così si aiutavano fra loro.

La partoriente allattava col proprio latte il figlio fino a che non glielo impediva una nuova gravidanza.


Il neonato veniva fasciato dal collo ai piedi, la testa coperta con una cuffietta di cotone lavorata in genere con particolare cura.

La culla era molto piccola in legno lavorato a mano e il materassino consisteva in un sacco di foglie di granturco molto pieno e sulle coperte era messo un drappo il più bello possibile.

In genere si mettevano due nomi.(es. I nomi dei nonni)

Le donne erano forti e ben sviluppate e allattavano al seno fino a 3 anni e anche oltre.

I piccoli nascevano in gran numero, ma anche assai frequente era il suono a morto delle campane e il tasso di mortalità nel primo anno di vita era del 20%

I sopravvissuti, selezionati in modo naturale, potevano affrontare la dura vita con una certa sicurezza.

Per il parto occorreva molta acqua bollita per pulire bene la partoriente e il nascituro.

Si tagliava il cordone ombelicale con normali forbici disinfettate nell’acqua bollente.

Dopo aver lavato e asciugato in nascituro si fasciava come un salame: si diceva che questo aveva due vantaggi far crescere il bimbo dritto e al caldo.

Si facevano quattro cambi di fasce al giorno e all’ultimo si faceva un bagnetto.

Specialmente in inverno molti bambini morivano di polmonite specie nei primi mesi. Si riscontrava che il culetto non si arrossava se si usava il borotalco, ma con moderazione per via del costo.

Queste bende venivano usate fino a sei-sette mesi.

La dichiarazione di nascita al Comune spesso era fatta dalla levatrice stessa.(il tempo per legge da rispettare era massimo una settimana).

Il giorno del parto, per festeggiare la partoriente, si preparava il brodo di gallina, l’uovo sbattuto e la marsala.

Una volta il battesimo veniva fatto nei primi giorni di vita infatti si diceva che se il bambino fosse morto senza essere battezzato veniva sepolto nel “limbo” (che significa orlo-bordo)che era un luogo esterno al cimitero. Oggi in genere si battezzano i bambini entro il primo anno di vita con il padrino e la madrina che una volta erano il compare e la comare.




                                                          Vecchia culla



                                             Tipi di fasce per neonati




                           I famosi Biscotti Mellin per far crescer i bambini


Fasciatura dei neonati

Fino agli anni 60 si usava fasciare i bambini appena nati che meglio si tranquillizzavano e li aiutavano a superare le eventuali coliche e a fare la nanna.

Quella di fasciare i neonati è un usanza antica che si faceva subito dopo la nascita del bambino con lo scopo di raddrizzargli le gambe.

In realtà i bimbi fasciati sono più tranquilli e riescono meglio ad affrontare i problemi tipici dei primi giorni, tipo le coliche.

La fasciatura rassicura il bambino, lo contiene (come nel grembo materno), e gli dona benessere e pace.

Si usavano delle fasce di cotone con cui si avvolgeva il neonato con una particolare tecnica che le madri e le nonne insegnavano alle giovani mamme.

Sulla pelle si metteva un camicino poi si metteva la fascia, piuttosto rigida, e sopra due pezze di cui una come sopra fascia.

Alcune mamme mettevano un “breve”(cuoricino benedetto) appuntato con un nastrino rosso per proteggerlo.









                                                                  Segue seconda parte 

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